Metodologie di intervento e approccio di riferimento
Psicoterapia Strategica Evoluta
Nella vastità degli orientamenti teorici e metodologici che afferiscono al panorama scientifico della Psicoterapia, l’approccio Strategico Evoluto origina dal modello di Psicoterapia Strategica rintracciabile in letteratura attraverso le ricerche e gli studi condotti negli anni’80 da Milton Erickson e dai ricercatori del Mental Research Institute (MRI) di Palo Alto in California: Bateson, Watzlawick, Von Foerster, Von Glaserfeld, Weakland, Fish. Questi autori hanno funzionalmente integrato in maniera feconda e creativa il modello ericksoniano che ha consentito di poter intervenire sui disagi psicologici concentrandosi sugli aspetti non patologici delle persone, ovvero, sulle risorse dell’essere umano piuttosto che sui suoi limiti, spingendo quest’ultimo a scoprire i suoi talenti, necessari per la costruzione del cambiamento.
Le coordinate teorico-metodologiche che orientano il modello di Psicoterapia Strategica consentono di definire anche le seguenti peculiarità che connotano in chiave evoluta il profilo dello psicoterapeuta strategico:
- Il ruolo attivo nella conduzione del processo terapeutico: lo psicoterapeuta “mantiene fortemente l’iniziativa ed elabora una tecnica particolare per ogni problema” (Haley, 1973). Una volta definiti gli obiettivi assieme al paziente, lo psicoterapeuta introduce una serie di manovre che orientano in senso forte la relazione al fine di facilitare quest’ultimo nel raggiungimento dei suoi obiettivi.
- Accoglienza del paziente nel qui ed ora e rispetto verso i suoi punti di vista (le teorie, i valori, le credenze e gli atteggiamenti): lo psicoterapeuta non tenta di cambiarli bensì utilizza questi ultimi per produrre il cambiamento che il paziente richiede al fine di generare una terapia efficace (Fisch, Weakland, & Segal, 1982). Si tratta di un processo di ristrutturazione cognitiva che “porta il paziente a modificare la sua visione del mondo al fine di costruirne una più utile e meno dolorosa” (Watzlawick & Nardone, 1997).
- La co-costruzione attiva della domanda d’aiuto con il paziente consente allo psicoterapeuta di accogliere tutto ciò che il paziente esperisce come egodistonico e di focalizzare l’intervento di cambiamento sugli obiettivi espressi dal paziente in termini di insoddisfazione e dissonanza rispetto alle proprie azioni, emozioni, pensieri e reazioni somatiche. Tuttavia, senza imporre i propri valori e la propria visione del mondo, lo Psicoterapeuta si prende la responsabilità di influenzare il paziente, non solo in merito alle tecniche di cambiamento, ma anche nella definizione della domanda e degli obiettivi di cambiamento (Leonardi & Tinacci, 2021).
- L’intervento dello psicoterapeuta non mira ad aggredire il sintomo allo scopo di ottenere la sua estinzione, bensì, i cambiamenti sui sintomi vengono ad essere delle vie d’accesso per modificare il sistema, quindi dei mezzi e non il fine della terapia.
- Lo psicoterapeuta ricorre all’adozione di una logica paradossale per sbloccare la situazione di disagio lamentata dal paziente, richiedendogli di riprodurre il sintomo intenzionalmente, a volte addirittura in misura maggiore di quanto si verifica spontaneamente, al fine di ottenere un cambiamento. L’intento dello psicoterapeuta è quello di indurre il paziente a fare qualcosa di diverso, di incongruente, apparentemente insensato e slegato dal problema, generando un iniziale disagio e disorientamento che poi si rivela una potente strategia di sblocco del problema (Rosen, 1982).
- Lo psicoterapeuta focalizza l’attenzione sul come un problema persiste e viene mantenuto, identificando le tentate soluzioni che innescano un circolo vizioso che si autoalimenta con una serie di tentativi di soluzione fallimentari.
Il modello di Psicoterapia Strategica Evoluta risulta essere flessibile ma allo stesso tempo complesso in quanto per massimizzare l’efficacia del processo psicoterapeutico, non possono essere trascurati gli elementi focali su cui l’intervento dev’essere articolato:
- La co – costruzione della domanda
- La definizione degli obiettivi
- La configurazione del processo psicoterapeutico
- Lo sblocco
- Il consolidamento
- La chiusura
Ipnosi Ericksoniana
“Non spetta al terapeuta essere colui che dà la risposta, o l’uomo saggio che capisce il paziente. Ogni persona possiede il proprio modo singolare in cui vive. Non si può chiedere al paziente di rinunciare al proprio mondo fenomenologico e di adottare quello di un altro.
M. Erickson
E’ solo possibile aiutarlo a lavorare all’interno del suo mondo.”
Perché l’ipnosi è utilizzata nella pratica clinica e psicoterapeutica? Essa permette al paziente di arrivare più facilmente in contatto con le sue emozioni ed il suo vissuto, aggirando la razionalizzazione e l’intellettualizzazione, che sono difese che impediscono l’accesso al mondo dei contenuti inconsci, delle risorse, dei vissuti e delle esperienze emotive. Potremmo dire che l’ipnosi è una via maestra di accesso al nostro incoscio, e come tale può essere utilizzata nella pratica clinica per aumentare i processi elaborativi che sono l’obiettivo del nostro lavoro terapeutico.
Nella trance il paziente si dispone in uno stato in cui aumentare e sviluppare le sue potenzialità, le sue capacità, le sue possibili evoluzioni, uscendo dai suoi schemi cognitivi rigidi.
All’utilità di questo stato per il lavoro terapeutico, si aggiunge la piacevolezza del rilassamento che accompagna l’essere assorti in sé, rilassamento che contribuisce a ‘staccare la spina’, seppure temporaneamente.
L’essenza dell’ipnoterapia secondo Milton Erickson consiste proprio nell’evocare e nell’attivare le risorse interne del paziente stesso, attivando così un processo naturale.
E’ per questo motivo che spesso quando si parla di ipnosi e di stati di trance, si parla di uno stato di coscienza in cui c’è una attenzione focalizzata. Spesso viene associata a qualcosa di magico, soprannaturale o miracoloso, spesso si associa all’idea – totalmente erronea – di annullamento della volontà del soggetto, di perdita di controllo di sé.
In realtà durante l’induzione ipnotica la persona non perde mai il controllo di sé, è semplicemente ‘assorto’ nel suo mondo interno, ma in qualsiasi momento può aprire gli occhi e tornare ad essere concentrato su quello che accade attorno a sé.
Non è uno stato di incoscienza o di sonno, bensì uno stato in cui il soggetto è profondamente assorto in se stesso e ricettivo ai suoi sensi ed alle sue dinamiche interiori, in cui la coscienza è quindi focalizzata sui propri pensieri/percezioni/emozioni più che sulla realtà esterna.
Ti è mai capitato di prendere l’auto e di guidare per andare in un determinato posto, e di accorgerti di essere arrivato a destinazione, senza però ricordarti di come ci sei arrivato (traffico, semafori, ecc…)? Ebbene, in tale caso la guida è avvenuta in stato di trance, un meccanismo dissociativo per cui una parte del cervello è concentrata sull’esterno, ovvero sulla strada e sulla guida (che avviene per così dire ‘in automatico’) e l’altra parte del cervello si concentra sull’interno, sui propri pensieri. Le due parti agiscono in perfetta sincronia, e qualsiasi cosa accada sulla strada sei in grado di reagire (frenare, svoltare etc), ma di tutto questo non conservi il ricordo perché la tua attenzione è focalizzata all’interno, ovvero sui tuoi pensieri.
